🚆 Il treno della nonna

Parte 3: Incontro con Danny

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Dopo aver fatto qualche passo nel vagone già abbastanza pieno, troviamo il mio posto. Papà aveva prenotato un posto in un quadrato da quattro. Si tratta quindi di due posti vis-à-vis con altri due posti, e uno di questi sarà il mio. Su questi quattro posti, due sono già occupati. C’è una signora e un ragazzo più giovane di me.

– Buongiorno, – dice allora mamma a questa signora mentre mi indica di sedermi.

– Buongiorno, – risponde lei. – Vi sistemate qui? Prendete anche voi questo treno?

– Solo mio figlio farà il viaggio. Sta andando dai suoi nonni.

– Volete che io badi a lui durante il viaggio?

– Devo confessare che mi sentirei più tranquilla. Volevo proprio chiedervelo. Non vi disturba?

– Non mi disturba affatto. Immagino che, da mamma, anche io vorrei che qualcuno vegliasse su mio figlio.

– Devo precisare che mio figlio è ipoacusico, – dice mamma guardandomi. – Se parlate lentamente e bene di fronte a lui, riesce a leggere il labiale. Se non doveste riuscire a capirvi in questo modo, non vi preoccupate, può comunicare con il suo telefono: scrive e ve lo mostra. E se dovesse succedere qualsiasi problema, il mio numero di telefono è salvato.

– Sono certa che non ci sarà alcun problema. Mio figlio Danny è più piccolo, ma troveranno sicuramente un modo per passare il tempo insieme.

– Oh, è divertente, – risponde mamma guardando Danny, – mio figlio si chiama Dan. Non sono nomi molto comuni.

Mamma e questa signora chiacchierano ancora un po’, e sembra che una voce dagli altoparlanti del treno si faccia sentire perché entrambe smettono di parlare per ascoltare. Mamma mi spiega poi che gli accompagnatori devono scendere.

La mia valigia è ancora ai miei piedi, così mamma prova a sollevarla per metterla nel portabagagli sopra di noi, ma un signore gentile le propone il suo aiuto.

Ecco, è il momento di salutarci, l’istante che temevo fin da quando si è deciso che avrei preso il treno da solo. Mi alzo dal mio posto e abbraccio mamma molto forte. So bene che la rivedrò tra quindici giorni e che passerò delle belle vacanze, ma è sempre difficile per un bambino separarsi dalla mamma, no?

– Andrà tutto bene, – mi segna mamma con le mani dopo essersi allontanata un po’ per farmi vedere.

– Lo so, – rispondo a mia volta segnando con le mani. Posso vedere che Danny e sua mamma ci guardano, probabilmente un po’ incuriositi dal nostro modo di comunicare.

– Ora devo andare.

Sento il mio stomaco stringersi mentre guardo mamma allontanarsi dopo avermi dato un bacio sulla fronte. Ecco, ora è scesa e per qualche secondo non la vedo più. Poi riappare sulla banchina, dietro il grande finestrino del treno. Mi saluta con la mano e io le rispondo. Sento che le lacrime stanno per scendere e ne asciugo una, poi un’altra. Vedo che questo rende triste anche mamma, ma non riesco a trattenermi. Mi segna con le mani che mi vuole bene. Ho appena il tempo di farle ciao con la mano che il treno si mette in movimento. Pochi secondi dopo, il treno va veloce quanto mamma che cammina sulla banchina. Tre secondi dopo, non la vedo più.

– Andrà tutto bene, – riesco a leggere sulle labbra della mamma di Danny, quando il mio sguardo si posa su di lei.

Sono ancora in piedi davanti al finestrino del treno, così decido di tornare a sedermi al mio posto. Di fronte a me c’è Danny che mi guarda, senza dire nulla. Continuo a pensare a mamma, al fatto che non ho nemmeno avuto il tempo, o il riflesso, di dirle che le voglio bene anch’io. Questo mi fa scendere un’altra lacrima che asciugo con la mano. La mamma di Danny si alza allora dal suo posto, viene a sedersi accanto a me e mi propone di venire tra le sue braccia che apre grandi. Senza alcuna esitazione, accetto e mi piego verso di lei in modo che le sue braccia possano chiudersi dietro la mia schiena. Profuma di buono. Il suo profumo, a meno che non sia semplicemente l’odore del detersivo sul suo lungo abito bianco, riempie le mie narici. Mamma, invece, usa sempre un po’ di profumo.

Restiamo così per parecchi secondi e questo mi fa sentire meglio. Non c’è niente da fare: una mamma è speciale, anche se non è la tua.

– Va meglio? – mi chiede guardandomi dopo forse due minuti in cui siamo rimasti abbracciati.

Mi limito ad accennare un piccolo sorriso annuendo con la testa. È vero che psicologicamente mi sento meglio, ma ho ancora mal di pancia.

– Mi chiamo Christine, – dice articolando bene. – Non esitare a chiedermi qualcosa se ne hai bisogno, d’accordo?

– Sì, – rispondo annuendo con la testa.

– Quanti anni hai? – mi chiede poi.

– Nove, – rispondo mostrando nove dita con le mani.

– Danny è più piccolo di te, ha solo sei anni, ma magari potete trovare un gioco che vi piaccia a entrambi.

Non sono sicuro di aver capito tutto perché ha parlato un po’ più velocemente questa volta, ma vedo Danny che si alza, si gira verso il suo sedile e fruga in una borsa. Tira fuori diverse cose che mette da parte: un mazzo di carte, dei colori e cinque dadi.

Ma ciò che cattura la mia attenzione non è tanto quello che tira fuori dalla borsa, quanto quello che sporge dal suo pantalone della tuta. C’è infatti una banda bianca, leggermente verde, visibile per tutta la larghezza della schiena.

Non sembra affatto una mutandina, perché ci sono delle pieghe. Ho proprio la sensazione che sia un pannolino. Non pensavo che a sei anni si potessero ancora indossare pannolini.

– Gli ho messo un pannolino per il viaggio in treno, – mi dice allora sua mamma, che deve aver notato che lo stavo osservando.

Dice tutto questo articolando bene, dopo che mi sono girato verso di lei, senza alzare la voce come fanno alcune persone. Così capisco tutto.

– Fa ancora la pipì a letto, – aggiunge, – e indossa il pannolino di notte. Oggi gliel’ho messo perché ho paura che si addormenti sul treno.

A sei anni so che è abbastanza comune fare ancora pipì a letto. Ne abbiamo parlato in classe per rompere un po’ il tabù, come ha detto il maestro. C’è stata addirittura una bambina che ha avuto il coraggio di confessare che indossa i pannolini di notte. L’ho trovata davvero molto coraggiosa, non credo che avrei avuto il coraggio di dirlo se fossi stato al suo posto. Quel giorno penso che si sia fatta nuove amiche, perché all’intervallo era con ragazze che di solito non fanno parte del suo gruppo.

Osservo un po’ il paesaggio dal finestrino e scorre veloce. Vedo allora uno stagno, e questo mi ricorda che ho ancora un po’ di voglia di fare pipì. Penso anche a mamma, che ho lasciato sulla banchina. A questo punto il mio stomaco si stringe di nuovo.

Christine, la mamma di Danny, mi dà allora un colpetto sulla spalla per attirare la mia attenzione.

– Qualcosa non va? – mi chiede.

– Ho mal di pancia, – dico muovendo le labbra e facendo ruotare la mano davanti alla pancia mentre mi piego un po’ in avanti.

– Povero caro. Vuoi andare in bagno?

– No, – rispondo scuotendo la testa più volte da sinistra a destra.

Non è davvero un bisogno di fare la cacca che ho, solo la mia tristezza e l’angoscia di essere senza i miei genitori e soprattutto senza mamma.

Danny ed io iniziamo a giocare a carte sul piccolo tavolo che ci separa. Facciamo una battaglia, un gioco semplice che conosciamo entrambi. È un gioco che raramente ha una fine, ma che rimane divertente perché ci sono sempre colpi di scena. Lui mi ha rubato un asso e un re, mentre io gli ho preso un jolly.

Mentre giochiamo, osservo le persone nel nostro vagone. C’è questa famiglia numerosa, con due genitori e quelli che sembrano i loro figli. A guardarli, ho l’impressione che sia una famiglia allargata che sta andando in vacanza. C’è una ragazza di circa 16 anni, due ragazzi di 12 o 13 anni e un altro della mia età circa. Soprattutto c’è un neonato che piange molto. La mamma infatti lo sta cambiando e l’odore dimostra che era proprio necessario.

Questo mi fa pensare che anche io diventerò fratello maggiore tra qualche mese. Quando i miei genitori me l’hanno annunciato, non posso dire di essere stato entusiasta. Credo di aver avuto paura di essere sostituito. È certo che non sarà più come prima, non sarò più l’unico. I miei genitori mi hanno rassicurato, nel miglior modo possibile, dicendomi che avrò un ruolo vero, quello del fratello maggiore, quello del modello. Ripensare a tutto questo mi riporta alla realtà, quella in cui mi trovo ora, quella in cui sono senza mamma perché, in fondo, se non è qui quando ho bisogno di lei, è a causa del mio futuro fratellino. Non è ancora arrivato, e già la mia vita quotidiana è cambiata.

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